
La coscrizione obbligatoria
Nella Repubblica di Venezia i soldati erano tutti professionisti, pagati secondo le esigenze del momento. La Serenissima Signoria preferiva risolvere i contrasti per via diplomatica al fine di evitare i costi di un esercito permanente.
Invece, per Napoleone Bonaparte, la vera arte era la guerra, e per poterla fare aveva bisogno di reclutare molti soldati. Però la professione di soldato era pericolosa e gli incidenti sul “lavoro” si verificavano con facilità: per formare e mantenere dei grandi eserciti, aveva bisogno di un adeguato e continuo ricambio di materiale umano. Il mezzo meno oneroso per reclutare soldati era la coscrizione obbligatoria.
Introdotta nella Repubblica Cispadana nel 1802, viene estesa a tutto il Veneto-Friuli nel 1806, quando queste regioni furono rioccupate dall’esercito francese e aggregate al nuovo Regno d’Italia. L’obbligo del servizio militare, era di 4 anni per tutti i giovani tra i venti e i venticinque anni. Anche se non tutti erano arruolati esisteva l’obbligo di presentarsi alle visite di leva, dove veniva redatta una classifica in base alle loro idoneità fisiche e alle condizioni familiari. L’esonero per particolari condizioni familiari, quale essere sposati o vedovi con prole, o per aver intrapreso la carriera religiosa. Anche gravi indisposizione fisiche ed evidenti limiti di altezza davano diritto a questa esenzione: non erano ritenute idonee le persone «di statura minore di piedi 4, pollici 9». Poi veniva compilato l’elenco delle persone ritenute abili, suddiviso in tre liste. Si iniziava con quella «dei primi a marciare», che era formata con i nomi dei coscritti “non presentatisi all’iscrizione” o che fingevano qualche infermità. La seconda lista era quella “dei non aventi carico od eccezion alcuna“. La terza lista detta “degli ultimi a marciare” per la gran parte era costituita dagli “ammogliati dopo la legge“.
L’arruolamento era fatto in rapporto alla popolazione, si calcola che nel 1808 ci furono 16 arruolati ogni 1000 persone, con piccole crescite in percentuale negli anni successivi. Esiste una consistente letteratura sul trauma provocato dall’introduzione della coscrizione obbligatoria nel Regno d’Italia, se però lo mettiamo a confronto con l’arruolamento capillare e le perdite avvenute durante le due guerre mondiali del secolo scorso, il numero dei coscritti napoleonici chiamati alle armi risulta molto più esiguo.
Diversi erano i pretesti usati per ottenere l’esonero: fra questi il più semplice era il cosiddetto matrimonio precoce ossia celebrato prima della visita di leva. Molti giovani scelsero di disertare, e si calcola che in certi momenti furono circa un terzo degli arruolati. Questo fenomeno secondo i cronisti dell’epoca favorì il banditismo: Ugo Foscolo, nelle sue lettere, parla di coscritti in fuga che assediano paesi e aggrediscono viaggiatori.
Secondo un funzionario del comune di Pordenone si doveva far fronte a “schiere di persone che portano la strage alli poveri villici non contentandosi del solo pollame ma devastandone anche le sostanze“. Il 12 marzo 1809, il viceprefetto di Pordenone denunciava la presenza di “un’orda di aggressori” che si aggirava nel Cantone di San Vito (al quale allora era aggregato il Comune di Cinto), “coll’idea di attentare alla vita, e sostanze de’ passeggeri, e di turbare perfino la domestica tranquillità nelle stesse Comuni“.
Queste segnalazioni da parte delle autorità locali del Regno d’Italia erano volutamente esagerate e fatte con lo scopo di mettere in cattiva luce le persone che disertavano o che rifiutavano di imbracciare le armi e di sottomettersi alle coercizioni militari (definiti in questo caso come come refrattari) . La stragrande maggioranza di questi renitenti alle armi era inoffensiva e spesso trovavano rifugio da qualche parente o conoscente, lavorando in qualità di “famiglio” come bracciante o bovaro e, durante la fuga, mendicavano nelle case contadine solo qualche misero alimento o di passare la notte nei fienili. Anche per i disertori veri e propri ossia persone che abbandonavano le armi dopo essere stati arruolati non ho trovato traccia di ruberie e devastazioni eclatanti nei paesi di Cinto e Pramaggiore. A dimostrare tale “buona condotta” mi è capitato di trovare gli atti giudiziari di tre casi negli archivi della prefettura napoleonica del Dipartimento dell’Adriatico. Mentre non ho trovato nessuna traccia in questi due paesi di refrattari o disertori dediti attivamente al malaffare.

Il refrattario Vincenzo Oro
La diserzione non era fatto occasionale e coinvolgeva tutti i paesi. Molti coscritti non si presentavano alle visite di leva, mentre altri si davano alla macchia poco prima di essere arruolati. Alcuni disertavano all’ultimo momento fuggendo dal convoglio che li portava in caserma.
Nell’aprile del 1807, sei coscritti del Cantone di San Vito disertano “dal proprio Convoglio” diretto a Udine (Capoluogo del Dipartimento di Passariano cui faceva riferimento allora il Cantone di San Vito). Al fine di completare il contingente si dovette prontamente arruolare altri sei giovani per sostituire i disertori. Anche la Municipalità di Cinto dovette procurare una nuova recluta per rimpiazzare i disertori. La scelta cadde su: “Oro Vincenzo nato li 6 ottobre 1784, inscritto in Lista Comunale per l’anno 1806 al n. 13“.
Era il figlio di Antonio Oro, guardaboschi di Cinto che qualche anno prima era stato licenziato e sfrattato dal casone del Bosco Persiana, a causa di alcuni disordini successi nei boschi di Cinto durante la precedente occupazione austriaca. L’ex guardaboschi non ebbe molta fortuna dopo il licenziamento: morì in miseria poco prima che il Municipio di Cinto inserisse il figlio Vincenzo nelle liste dei coscritti.
L’essere orfano però non bastava per ottenere l’esonero dal servizio militare. Anche allora esistevano le raccomandazioni: i ricchi potevano far arruolare un sostituto al loro posto. La famiglia Oro non essendo ricca, non era in condizioni di pagare un sostituto, né aveva possibilità di poter contare in qualche eccezione sollevata dell’amministrazione comunale. La poca trasparenza nella formazione delle liste di reclutamento non era un fatto isolato. Ci sono vari casi in cui si palesano tali losche pratiche, uno di questi si verificò a Pramaggiore nell’anno 1812: Antonio Masato, pur avendo la madre vedova e un fratello e una sorella soggetti ad infermità, non gli fu permesso di evitare l’arruolamento. Il parroco e il comune si rifiutarono di firmare il certificato di miserabilità nonostante fosse l’unico abile al lavoro in famiglia.
Non sappiamo quando e in che modo le autorità comunali fecero pervenire a Vincenzo Oro l’ordine di reclutamento. Se tale mandato fu consegnato direttamente a lui o a qualche suo parente. Nelle carte risulta solo che Vincenzo non rispettò i tempi della chiamata alle armi: passati i venti giorni concessi per presentarsi fu ritenuto a tutti gli effetti un refrattario.
Qualche tempo dopo il sindaco di Cinto venne a sapere che l’Oro si trovava a lavorare come “domestico“ presso il mulino della Sega e dunque, per dimostrare alla prefettura napoleonica il proprio impegno nella lotta alla diserzione, decise di farlo arrestare. Il compito fu assegnato a Paolo Fontana che svolgeva la mansione di cursore municipale.
Il 16 agosto del 1807, il Fontana si presentò nel mulino ed entrò nell’abitazione padronale “del signor Bortolo Perosa“scortato “da suficiente numero di soldati di Guardia Nazionale …onde riquisire e levare il coscritto Oro Vincenzo,domestico“. La cattura inizialmente non fu difficile, ma “dopo d’averlo fatto arrestare” mentre lo stavano accompagnando “riuscì lui gettarsi nel così detto fiume Rieghena cui giovale di scampo“. La zona del mulino era ricca di canali e di roste: data la stagione estiva con un po’ di coraggio si poteva ben approfittare dell’opportunità che offriva il libero scorrere dell’acqua. D’altronde si può ipotizzare che il potenziale dissuasivo messo in campo dalla guardia nazionale cintese fosse piuttosto modesto e che per Vincenzo, usando un po’ d’astuzia, non fu difficile districarsi dalle loro mani e gettarsi nel fiume Reghena. Dopo questo tuffo provvidenziale probabilmente fece valere la sua abilità natatoria e poi grazie alla conoscenza del territorio, acquisita nell’infanzia accompagnando il padre nel suo lavoro di guardaboschi, poté facilmente eclissarsi e rendersi irreperibile ad ogni ricerca..
Il comune non ebbe nessun encomio da parte del Prefetto: invece il 22 dicembre 1807 ricevette una lettera dalla “Commission Cantonale alla leva in San Vito” con la richiesta di intimare “le multe cui per legge andavano soggette le famiglie de Coscritti Disertori“. Anche in questo caso Vincenzo Oro li aveva in qualche modo beffati, seppur involontariamente: indigente e senza famiglia, non c’era modo di far valere tale sanzione.
Nella condizione precaria del vivere da refrattario, Vincenzo riuscì a sostenersi per circa di un anno e mezzo, finché il 24 marzo 1809 decise di consegnarsi spontaneamente alle autorità comunali. Fu nuovamente arrestato e questa volta rinchiuso per undici giorni nel carcere cantonale di San Vito. Nel fascicolo a lui dedicato si trova anche una nota di addebito delle spese per il suo mantenimento in carcere. “Adì 4 aprile 1809 S. Vito. Spese incontrate da me sottoscritto pel coscritto Oro Vincenzo della Comune di Cinto pel mantenimento, letto, fuoco, lume, e custodia a £ 1.26.6 al giorno, sono giorni undeci. Italiane £ 14.7 Lorenzo Corevcih cursore“. Inoltre il sindaco di Cinto, Gio Batta Bronzin, in una breve nota di accompagnamento lamentava che a causa della diserzione dell’Oro il comune aveva dovuto far arruolare “altri coscritti“.
Il 4 aprile il Delegato Governativo, non sapendo chiarire “il motivo per cui si è reso refrattario“, fece riaccompagnare Vicenzo al paese, dando incarico alla Municipalità di inviarlo “ordinariamente” al Consiglio di Leva di Treviso. Si deve presumere che questo “Delegato” ritenesse che fare il soldato era di per sé una condanna sufficiente per scontare le sue colpe di renitente.

Il presunto disertore del mulino di Stagninbeco
Nell’agosto del 1811 il capitano della guardia nazionale di Pramaggiore, Giacomo Biasotti, dovette subire subire dei severi rimproveri dal Sindaco Antonio Altan che arrivò a tacciarlo di «inattività ed indolenza». Per mostrarsi più efficiente e solerte decise di ispezionare accuratamente tutto il territorio comunale. Nella mattinata del 16 agosto 1811, si alzò di buonora per andare in perlustrazione nella zona di Belfiore. Verso le “sette antimeridiane“”vide un giovane “dall’apparente età di 17 o 20 anni“ aggirarsi vicino al mulino di Stagninbecco, gli chiese il nome e di vedere la “carta di sicurezza“, ma lo sconosciuto rispose di averla persa. Il Biasotti domandò inutilmente se aveva qualche“recapito che possa dar chiarimento“. A questo punto, credendo di avere di fronte a se un disertore, decise di “procedere“ al suo arresto e di condurlo nel municipio di Blessaglia.
Alle ore otto di quello stesso giorno, arrivò in municipio il sindaco Antonio Altan, il quale interrogò l’arrestato e fece redigere una dettagliata relazione. Il giovane è descritto nel seguente modo:
Un uomo di statura di pie 4, e polici 11 [m 1,50], dell’apparente età di 17 o 20 anni, capelli castagni biondi, fronte alta, ciglia castagni simili, occhi castagni, naso regolare, bocca mediocremente ordinaria, viso regolare, colore rossigno senza segni apparenti, vestito con beretta bianca in testa, camicia di stoppa, gillè verde rigato, sotto, e gillè tutto rapezzato di sopra, giachetto di stoppa vecchio fasciato a basso, bragoni corti di fustagno rigato scuro, e bragoni di sopra bianchi di stoppa lunghi, e calze bianche, e scarpe di corame nero rapezate.
Questo giovane, alle domande del sindaco, rispose di “chiamarsi Francesco Cirielo“ e di vivere da sette anni a Chioggia con la madre “Francesca ma che ignora il luogo della di lui nascita“. La sua professione era quella di “esercitar l’arte del pescatore“, disse rispondendo a una domanda specifica del sindaco, e «che in qualità di novizio, si trovava da tre mesi nel “bragozio pescarezio“ chiamato “S. Vincenzo“. Ne era proprietario “patron Antonio Comachiesi di Chioggia“. Ma nella ”notte di sabato “10 agosto mentre “il bragozio“si trovava nelle “acque di Grado“ furono sorpresi da “una orribil burasca“che fece affondare il peschereccio. Persero così “tutti li propri effetti e le proprie carte“, ma ebbero la fortuna di “salvarsi a nuoto“su una spiaggia“appresso Grado“. Il giorno dopo però, il giovane ebbe un diverbio “col patron del bragozio“, essendosi rifiutato “di cuocere il pranzo“ e per questo se ne stava andando per suo conto a piedi verso Chioggia.
La versione data dal presunto Cirielo poteva essere fantasiosa ma risultò ben congegnata in quanto nessuno fu in grado di smentirla, a quel tempo non esistevano telefoni né foto segnaletiche. Però i dubbi sussistevano data la sua età: essendo “un giovane che non appare dell’età di Coscrizione di terra, ma che potrebbe appartenere alla Coscrizione marittima“. D’altro canto, il giovane non aveva commesso nessun reato evidente, ma essendo privo di documenti fu deciso di farlo accompagnare fino a Chioggia.
Il compito fu assegnato alla Guardia Nazionale, sorta di polizia locale attivata dalle varie municipalità che poteva essere utilizzata solo all’interno del territorio comunale di cui faceva parte. Tra i suoi compiti vi era anche quello di tradurre i sospetti disertori nei paesi di origine. La cosa veniva fatta con la seguente modalità: le guardie nazionali scortavano l’indiziato fino al confine territoriale dove veniva preso in consegna dalle guardie del comune vicino, il passaggio si ripeteva fino a che la persona non giungeva al paese di residenza. Con un sistema così complesso non era poi molto difficile fuggire. Dunque non è improbabile che la sorte abbia in questo caso favorito il sedicente Cirielo.

Il presunto disertore ungherese e la famiglia Venezian
Nell’ottobre 1811 a Cinto venne arrestato un individuo sospetto, “uno sconosciuto” che si era introdotto nella casa di “Gio Batta Venezian abitante nella Frazione di Settimo” per chiedere un po’ di sostentamento. Era entrato “cogliendo il propizio momento, ch’erano sole le femmine“, mentre gli uomini si trovavano “tutti ancora ai lavori della campagna“. Chiese “alle donne stesse da mangiare“, ma, “dopo essersi cibato“, cominciò a pretendere anche “alloggio per la notte“. Gio Batta Venezian, al ritorno dai campi insieme altri suoi familiari trovava lo sconosciuto seduto tranquillamente in cucina, con la pipa accesa e “che si rifiutava di partirsene“, insistendo a voler “ivi pernottare”. Il Venezian, sospettando che lo sconosciuto fosse un “qualche refrattario o disertore“, decise di avvisare il Municipio, “onde non cadere nelle pene stabilite dalle leggi” e “a sollievo” di ogni sua responsabilità.
Il segretario comunale Sebastiano Lotti, giunto in quella casa, “chiese allo sconosciuto le carte”: gli fu presentato un foglio del “Vice Prefetto di Tolmezzo, portante il n. 5239“, dalle quale lo sconosciuto, “nominato Giovanni Sgredis“, risultava “espulso dal Regno d’Italia perchè mancante di carte regolari, e mezzi di sussistenza“. Il segretario fece “avvertire sul momento le Guardie Nazionali” ed ottenuta l’autorizzazione dal “facente funzioni” di Podestà, Molteno, lo arrestò. Tradotto “alla casa del Capitanio” della guardia nazionale cintese, fu custodito fino alla mattina dopo. Durante la traduzione, ci fu qualche complicazione: nel tentativo di darsi alla fuga il “vagabondo aveva tentato strada facendo di toglier l’armi ad una Guardia“, perciò come precauzione, fu ritenuto conveniente “farlo assicurare per le mani con una fune“. Tale operazione fu fatta fare per maggiore sicurezza dai gendarmi della Brigata di Portogruaro presenti in paese per “eseguire le stabilite perlustrazioni“.
Il giorno seguente il presunto disertore fu accompagnato al Commissario di Polizia di Portogruaro. Nel rapporto del Podestà di Cinto, appaiono alcune considerazioni sulle carte personali del sedicente Sgredis. Il Podestà di Cinto esprime dubbi sulle carte dello Sgredis in quanto ché “lì connotati personali descritti” non combaciavano con quelli dell’arrestato: “infatti non appare dalla di lui fisonomia, che abbia l’età di 40 anni, e le ciglia, e capelli non sono scuri, ma piuttosto rossigni“. Per quanto riguarda la sua nazionalità ci furono meno dubbi: «parla male l’idioma nazionale, e dice di essere ungherese, come infatti risulta dall’unita carta».
Anche il Commandante della Gendarmeria di Portogruaro si trovò in difficoltà ad “assoggettarlo a regolare processo” perché parlava “poco o niente l’idioma italiano” e non era facile trovare a Portogruaro “chi lo intenda” per sapere “se vagabondo o macchiato di altri delitti“. Dopo quindici giorni compiute le necessarie formalità burocratiche fu fatto scortare nelle carceri di Venezia. E qui, la sua vaga figura di nuovo scompare, non si sono trovati altri incartamenti su questo sospetto disertore di origine ungherese, che, chissà quali misteriosi eventi lo avevano condotto nella casa dei Venezian, accolto e rifocillato da donne occupate nei quotidiani lavori domestici.
Settimo non era certo il paese più indicato da attraversare “per chi era diretto a sortire dal Regno” d’Italia, come scriveva il Podestà: “la condotta sospetta, l’esser lo stesso vagabondo, e fuori della strada“, lo stesso idioma poco comprensibile, che avevano spinto le autorità ad arrestarlo, non impedirono però a delle povere donne di offrirgli ospitalità e di sfamarlo.
In ogni caso, la denuncia dello sconosciuto alle autorità comunali non “portò bene” alla famiglia Venezian: l’anno seguente, un incendio distrusse la casa e mandò la numerosa famiglia sul lastrico, priva di mezzi per “ripararsi dall’avuto infortunio”. Però non fu trovata nessuna relazione fra i due fatti e nessun documento consultato fa menzione di tale eventualità.
Nelle immagini alcune litografie dedicate all’esercito napoleonico di Théophile Géricault

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