6 luglio 1458: l’atto di fondazione della chiesa di Settimo

Nell’estate del 1458, nel palazzo vescovile di Cordovado, allora residenza estiva del vescovo di Concordia, davanti al prelato reverendo Antonio Feletto, si presenta Daniel quondam Toffoli abitante di Settimo, che a nome suo e della comunità, “avendo molto a cuore la salute dell’anima”, inoltrò la richiesta di poter edificare una chiesa, come testimonia un documento del notaio Guilielmus Laurenti datato 6 luglio. Da questa scrittura si capisce che l’incontro fra il Toffoli ed il Vescovo non è casuale ma è solo punto di arrivo di una lunga serie di rapporti e contatti precedenti.

Settimo, in quegli anni, viveva una situazione politica e religiosa particolarmente complessa, dovendo far riferimento a più autorità, spesso in conflitto fra loro, per non essere ancora ben definiti i limiti delle loro competenze.

Pur essendo passati oramai quasi quarant’anni (1420) dalla conquista della Patria del Friuli da parte di Venezia, Settimo come le altre comunità della Giurisdizione di S. Vito, aveva trovato solo da qualche anno una collocazione amministrativa più definita. Mentre Ludovico di Teck, il Patriarca del Friuli che aveva dovuto subire l’invasione veneziana, si era rifiutato di venire a patti con la Serenissima Signoria e aveva cercato con ogni mezzo di ritornare in possesso della sua autorità temporale, dopo la sua morte (1439) fra la santa sede e Venezia fu aperta una concreta trattativa. Con l’ausilio di un papa veneziano (Papa Eugenio IV al secolo Gabriele Condulmer  – Venezia nel 1383/Roma nel 1447) e grazie ai negoziati di Lodovico Trevisan, arcivescovo di Firenze, anche lui veneziano, si arrivò nel 1445 ad un accordo.

Venezia, in cambio del riconoscimento della sua autorità politica, concedeva al patriarca la piena giurisdizione ecclesiastica, permettendo il libero godimento dei beni posseduti e impegnandosi altresì di pagare annualmente 5000 scudi d’oro dai redditi ottenuti nella Patria del Friuli. Di quest’ultimi, circa 2000 scudi erano calcolati quale rendita diretta di tre Terre della Patria, che con questo accordo venivano assegnate al governo temporale del Patriarca: la città d’Aquileia e i Capitanati di San Vito e S. Daniele. L’intesa, proprio a causa di discordanti opinioni sul modo di computare le entrate in questi tre territori, entrò in vigore solamente nel 1451.

Daltro canto, l’accordo fra Venezia e il Patriarca del Friuli non risolse del tutto le contese, ma diede vita negli anni successivi a incessanti dispute e controversie, fornendo linfa vitale ai solicitator di cause, agli avocati, ai periti pertigatori, ai procurtori, ai nodari e a tutta quella genia industriosa che si affaccendava intorno ai tribunali.

San Biagio e San Antonio Abate, affresco attribuito a Gianfrancesco del Zotto da Tolmezzo (1450-1510)

Giovanni Battista Bianchini

Settimo ora, aveva bisogno di una persona che mettesse a disposizione del progetto la sua autorevolezza facilitando i contati con i canonici del capitolo di Concordia, agevolando la risoluzione delle questioni che potevano sorgere con il parroco di Cinto, e anche abbastanza facoltosa da poter appianare possibili interferenze che avrebbero potuto sorgere con il riprestinato governo temporale del Patriarca.

Questo compito fu svolto da Johanne Baptista quondam Biachiani, possidente di San Vito, che offrì alla comunità la possibilità di disporre di un sedime, cioè di quel pezzo di terra in prossimità dell’abitato, dove sarebbe stata eretta la chiesa richiesta. Il suo ruolo attivo di promotore oltre che di donatore, emerge anche dalla decisione della comunità di dedicare la chiesa ad honore di S. Johannis Baptiste.

Ritratto idealizzato di Daniel Toffoli (ipotesi)

La costruzione della chiesa

A margine delle immagini di santi che sono rappresentati nei bei affreschi rinascimentali che contornano l’abside della chiesa di Settimo, è inserito in un piccolo tondo, il profilo di un volto chiamato comunemente “Ritratto di dignitario”. Si tratta forse di una persona vissuta a Settimo che ebbe a che fare con l’edificazione e la decorazione della chiesa.

Pur non avendo certezze, possiamo ritenere che il ritratto rappresenti Daniel Toffoli abitante di Settimo, che più di altri contribuì alla costruzione della chiesa, mettendo a disposizione un campo attiguo a quello del Bianchini, e di un podere in modo da contribuire con stara cinque di frumento et orne cinque di vino al sostentamento del sacerdote officiante. Inoltre nello stesso documento il Toffoli prometteva di devolvere alla chiesa altre sostanze dopo la sua morte, a condizione che la comunità di Settimo si fosse sollecitamente impegnata alla costruzione della chiesa ed al mantenimento del prete. Ottenne per sé e i suoi eredi la facoltà (Jus Patronato) di scegliere il nome del sacerdote officiante.

La comunità di Settimo, presente all’incontro di Cordovado con tre membri, (il podestà di allora Francesco de Lamigo e due giurati de comun: Bartholussinus de Lamigo et Gasparinus Benvenisti) si fece garante della supplica del Toffoli e si impegnò ad adempiere alle condizioni proposte. Ottenuto l’assenso del pievano di Cinto Giovanni di Marostica,il vescovo accordò il suo benestare con l’obbligo che questa nuova chiesa non andasse in alcun modo a pregiudicare i diritti e le entrate della pieve e plebani de Cintho. Fu istituita una Capellania perpetua provvista di dote per il mantenimento in loco del sacerdote.

Nel 1460, su iniziativa del Comune di Settimo, incominciarono i lavori di costruzione della chiesa e Daniel Toffoli, visti i buoni propositi del comune e considerato che Pasca,sua prima moglie non haveva figlioli maschi, lasciò per testamento il Juspatronato al Comun, et huomini di Settimo, i quali havevano principiata la Chiesa. Nello stesso atto donava il resto di tutta la sua robba alla fabbrica di detta Chiesa.

La costruzione della chiesa non fu né facile né breve, furono necessari dieci anni perché potesse adempiere alla sua funzione. Non si trattava di un fabbricato molto imponente, la struttura a quel tempo non doveva essere molto più grande dell’attuale abside, ma dovendo dotare la costruzione di altari e di incoraggiare la devozione dei credenti con qualche affresco sulle pareti, la costruzione comportò molto più tempo del previsto.

L’interno della chiesa di Settimo dopo la scoperta degli antichi affreschi (anno 1923)

Padre Bortolomio della Guardia

Ultimata la chiesa, un nuovo documento venne redatto nel bel mezzo dell’estate 1468, precisamente il 4 agosto, nel quale viene fatto un aggiustamento fra il Comune e il Toffoli riguardo le entrate annuali assegnate al cappellano: la consistenza fu computata in frumento stara 13, vino orne 15, meglio stara 2, sorgo stara 2. Ammontavano dunque a 32 misure, di cui 22 a carico del Toffolo e 10 a carico del Comune.

In quello stesso giorno le due parti, congiuntamente, all’interno della nuova chiesa S. Giovanni Battista, presentarono a Settimo come primo Cappellano, padre Bortolomio della Guardia di Napoli. L’investitura fu approvata dal vescovo Antonio Feletto il 6 agosto 1468 nel palazzo vescovile di Portogruaro, con il consenso di Giovanni di Marostica, pievano di Cinto. Padre Bortolomio della Guardia non ebbe molta fortuna, il suo apostolato a Settimo si concluse nel breve spazio di un anno: nell’autunno del 1469 dovette subire l’imponderabile e fatale destino di ogni vita.

L’interno della chiesa di Settimo dopo l’ultimo restauro degli antichi affreschi (anno 1987)

Pre Giacomo de Stefano e pre Gio Batta da Cinto

Il 4 novembre 1469, essendo mancato di vita detto primo Capellano fu eletto da Daniel Toffolo quale nuovo officiante della chiesa di Settimo Pre Giacomo de Steffano di S. Giovanni di Casarsa. Il secondo cappellano svolse a Settimo il suo incarico per sette anni, e poi, anche lui, dovette fare i conti con l’imponderabile. Alla sua morte Daniel Toffoli si assunse l’incarico di presentare un terzo sacerdote, Pre Gio Battadi Cinto, che con l’assenso del vescovo fu investito della cappellania il 6 ottobre 1476.

Pre Gio Batta fu l’ultimo cappellano eletto da Daniel Toffolo, magnanimo fondatore della chiesa di Settimo, che venne a morte nel corso del 1481. Durante la sua vita mai naquero contese riguardo le sue prerogative di Jus Patronato e tutti i sacerdoti da lui eletti trovarono consenso e appoggio da parte della popolazione e della Vicinia.

Particolare dell’affresco di San Antonio Abate (litografia)

Le ultime volontà di Daniel Toffoli

Il Toffolo negli anni antecedenti alla sua dipartita, essendo già defonta Pasca sua prima moglie, aveva sposato in seconde nozze una vedova di nome Tosca, la quale aveva avuto un figlio di nome Jampiero dal suo primo marito, che era di cognome Zovato. Questo Jampiero si era in quegli anni sposato et haveva due figlioli, alli quali s’era posto industriosamente il nome all’uno Daniel, et all’altro Toffolo con l’intento di accattivarsi la benevolenza del Padrigno. Sembra che in questo progetto di accaparrarsi le sostanze del Toffolo fu abilmente aiutato dalla madre Tosca, la quale intorbidò le cose, et rivolse con l’aiuto di frati compiacenti la mente di detto Toffoli.

In sostanza la seconda moglie Tosca e suo figlio Jampiero con l’aiuto di alcuni confratelli suoi conoscenti riuscirono far cambiare opinione al Toffoli, il quale vent’anni prima aveva promesso di lasciare le sue sostanze in eredità alla comunità per sopperire alle spese che aveva dovuto sostenere nella costruzione della chiesa. Il 30 giugno del 1481, prima di morire, Daniel Toffoli fa redigere un nuovo testamento dove oltre a chiedere di essere seppellito nella chiesa di Settimoe confermare il beneficio per il cappellano di due suoi masi di terreno fertile, istituisce Toffolo e Daniel suoi nipoti e figlioli del suo figliastro, quali eredi di tutti i suoi beni. Ma per quanto riguarda il Juspatronato non parla e neanche fa menzione della robba che doveva lasciar per fabricar la Chiesa, disattendendo le aspettative del comune che ci contava per saldare le spese contratte durante la sua fabbricazione.

dal libro “La comunità di Settimo”, Comune di Cinto Caomaggiore, 2006, pag. 43/46

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