Il 15 ottobre Antonio Maccà ci ha lasciato. Aveva 94 anni ed era uno degli ultimi testimoni delle vicissitudini sofferte dal nostro paese durante le due guerre mondiali del secolo scorso. Se per la grande guerra come suo mentore ebbe il padre, tornato dalla guerra con il corpo martoriato da ferite inguaribili, nella seconda guerra mondiale invece, quando era ancora ragazzino, gli capitò di lavorare nei pressi dell’accampamento partigiano cintese. Grazie ai suoi nitidi ricordi siamo così riusciti a localizzare il luogo esatto dove era situato il campo.
Antonio era una persona molto generosa e affabile, ha arricchito con le sue foto di famiglia i calendari comunali e l’Archivio della Memoria Cintese, si è sempre reso disponibile a mettere a nostra disposizione i suoi preziosi ricordi, che spesso abbiamo usato nei libri di storia locale da noi pubblicati.
Vorrei sottolineare inoltre la sua grande capacità affabulatoria nell’esporre gli avvenimenti vissuti. Nel suo raccontare trapelava ancora l’ingegno orale dei grandi affabulatori contadini che un tempo tenevano banco nelle stalle del paese, durante i lunghi filò invernali.
Grazie Antonio

Antonio Macca mentre riceve una medaglia d’oro dall’AVIS cintese
In suo ricordo proponiamo alcune sue memorie pubblicate in libri editi dalle nostre Associazioni
Tranquillo Maccà
Il fante Maccà Tranquillo era nato a Grisignano di Zocco (Vicenza), il 15 settembre 1887. Rimase gravemente ferito sul Carso, durante le operazioni nell’undicesima battaglia sulla Bainsizza per la conquista del Monte Santo. Riportò ben sette ferite di cui due particolarmente gravi: una al braccio maciullato dallo scoppio della granata e l’altra alla schiena. Trasportato prima nell’ospedale da campo venne poi trasferito per essere sottoposto ad una serie di interventi chirurgici. “Una volta i padri non si confidavano più di tanto nemmeno con i figli”, ricorda oggi Antonio Maccà, “riuscii a capire che aveva conosciuto Benito Mussolini che sarebbe poi diventato futuro capo di governo, ma non si dilungò molto sul fatto. Ricordo solo che per tutte le gravi ferite riportate, a mio padre venne assegnata una misera pensione di poche lire. Era senza un gluteo dilaniato da una scheggia di granata, aveva un arto superiore, quasi senza osso, che poco somigliava ad un braccio, tanto era malmesso. Senza contare poi le varie ferite per tutto il corpo che non lasciavano tregua. Passava notti intere senza poter riposare. Quando tentò il ricorso al Ministero e venne convocato a Roma per una visita, i medici lo liquidarono con un semplice, può andare, non ci sono peggioramenti, è tutto come prima . Come se il gluteo avesse potuto ricrescere così come l’osso del braccio. Altri invalidi di guerra, molto meno gravi di lui, ebbero un trattamento ben diverso. Una presa in giro per chi come mio padre aveva dato gli anni migliori della sua gioventù, per la difesa di una Patria rivelatasi poi più matrigna che madre”.
(“La Grande Guerra a Cinto Caomaggiore” pag. 117 – Memoria di Antonio Maccà ripresa da Gian Piero Del Gallo)

Antonio Maccà a 14 anni nel 1946
Il primo incontro con i partigiani
Mi gero là dei Ceron al Banduzo, perché finia la quinta elementare a 12 anni son partio volontario per andar lavorar in campagna, perchè la bateva sui fianchi la fame… me poro pare gera mutilà de guera, con 7 lire al giorno che i ghe dava se faseva la fame… son partio e là almanco te lavorava per magnar e basta…
I partigiani se ‘veva acampà in meso ai campi del Banduzo, vissin ala casa dei Ceron dove andavo a lavorar… i Ceron lavorava in mesadria, gera cinque fradei più do sorele, do i gera in guera e i tre pi zoveni i gera a casa per lavorar … mi ndavo lavorar là da loro, ala sera andavo a casa e de matina presto tornavo… discalso perché da vestir no ghi ne gera, no ghe gera niente… a lavorar in stala, trenta vache in stala e i bo per arar la tera…
Una sera de fine agosto o primi de settembre del ‘44, andando a casa col scuro, passando pai campi e saltando fossi, vedo ‘na bicicleta posada drio la riva… un’altra bicicleta, un’altra ancora: tante biciclete insoma… Ciò all’età de dodese anni te comincia ad aver paura… Gero sua tera de Bepi Anese, la Lecata i ghe diseva, gera come ‘na boscheta dove i partigiani ‘veva nascosto lì anca un camion… Prima de rivar in fondo me so mess a fisciar per farme capir che gera qualcun e me riva ‘sto qua davanti con una pistola puntada.. -Alt fermati dove vai – Gera Moliner capo dei partigiani: Nini Pradal i ghe diseva ma se ciamava Carlo Moliner, era sta capo partigian prima de Venezian… Ghe go dito son ‘sta a lavorar là e go fatto tardi… La fat un fiscio: – Qua subito un con ‘na bicicleta. E xe rivà Mario Campanerut, el me ga caricà sul baston dea bicicleta ma no me ga fat passar lì dove se trovava i partigiani, me ga fato girar da un’altra parte fin davanti alla casa de Scapin, dove el me ga scaricà. A casa no go dito niente, se no i me teniva a casa… L’indomani mattina son tornà, son passà par lì e no go visto niente de strano…
Son tornà a lavorar per magnar però go ‘vertio i do fradei Ceron pi zoveni dea classe 25 e 22, go contà che adess de sera gavevo paura de andar a casa perché trovasse a dodese ani con la pistola puntada davanti no xe bel… allora de sera i me compagnava un po’ avanti e son tornà ad esser tranquilo…
(“Patate americane al chiar di luna” pag. 128)
La beffa di Giovanni Sut detto Cira nei confronti di Bruno Rino Valvasori detto Bocion
Una domenega el Cira ga portà via el mitra a Valvasori al bar Pordenone. A quel tempo era Desiderio Tomba che gestiva il bar con la moglie Carmen Marcorin, sorella de Bepi e Tullio. Il Cira che volea far el partigian e il Valvasori che era fassista in forza alle GNR (Guardie Nazionali Repubblicane), i gera amici per la pelle e più o meno della stessa età. Giovanni ghe ga dito a Bruno imprestame il mitra che vai dalla Carmen per farghe ciapà paura e farme dar un pacchet de sigarete. Il Valvasori ghe ga dato il mitra e el Cira xe entra da una parte e xe ‘nda fora dall’altra metendosse a corer par i campi. E ciao bambina… cussì ghe ga portà via el mitra …
[Le scelte pur diverse fatte da questi due amici portarono entrambi alle stesse tragiche conseguenze, pochi giorni di differenza uno dall’altro. Bruno Valvasori fu ucciso dai partigiani di Villotta il 6 agosto del ‘44 mentre Giovanni Sut morì il 12 agosto nell’ospedale di Pordenone a causa delle ferite riportate in un conflitto a fuoco con i nazifascisti avvenuto a Budoia.]
(“Patate americane al chiar di luna” pag. 67)
Il difficile inverno del 1944/45 per i partigiani cintesi
Il problema le stà quando xe rivà l’inverno e te doveva nasconderte. Luciano Cesco e Armando Visentin de giorno i veva fatto un rifugio sototera però de notte i vignia nella tieduta da mi a dormir sotto il fien. I veva ‘na scaleta de cassia a pioli e de notte i ‘ndava su a dormir tal fien che se li scopre i fassisti i ghe da fogo alla casa. Altri partigiani de Settimo i gera andai a Bressaia nel Molin de mezzo. Qualcun andava a dormir in cimitero, saltava la mura e andava a dormir dentro. Quachedun altro ndava su a nascondese dentro i camini de quelle case vece che vea i camini larghi col ferro per travers dove i picava la cadena per far la polenta…
(“Patate americane al chiar di luna” pag. 85)

Antonio Maccà seduto in prima fila (2do da sx) durante una manifestazione sindacale alla Zanussi di Porcia

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